La strage di via D’Amelio

La strage di via D'Amelio
La strage di via D’Amelio

PAOLO BORSELLINO A 24 ANNI DALLA STRAGE DI VIA D’AMELIO

Ventiquattro anni fa, il 19 Luglio, perdevano la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, vittime dello stragismo mafioso. E’ giusto ricordare questo grande uomo, eroe dei nostri tempi e soprattutto eroe di un paese, l’Italia, che troppo spesso chiede il sacrificio dei suoi figli migliori per difendere la legalità ed i valori dello stato repubblicano. E ‘impossibile non accostare la figura di Paolo Borsellino a quella del giudice Giovanni Falcone, uniti non solo da un tragico destino ma anche da un’amicizia fraterna e da un altissimo senso dello stato che li portò a dare impulso ed a condividere le più delicate indagini su Cosa Nostra. Essi si avvalsero del preziosissimo aiuto del pool antimafia guidato dal procuratore Antonino Caponnetto che fu il primo vero caso di lavoro di équipe ed il primo serio tentativo di affrontare in maniera organica le inchieste su Cosa Nostra. Con l’introduzione del pool antimafia si creò, di fatto, un nuovo metodo coordinato di indagine sui  reati di mafia che negli anni successivi portò alla nascita delle procure distrettuali antimafia. Da quel momento in poi Cosa Nostra non avrebbe più avuto un solo bersaglio da colpire ma tanti bersagli e l’eliminazione di un magistrato non avrebbe comportato più un brusco e a volte definitivo stop delle indagini che sarebbero comunque proseguite con l’impulso dei colleghi che si occupavano dello stesso caso.

Il lavoro di Borsellino e degli altri giudici, svolto in condizioni durissime, portò alla celebrazione del maxiprocesso a Cosa Nostra che è il più grande processo penale contro le mafie mai celebrato al mondo e che si concluse con esemplari sentenze di condanna emesse nei confronti dei padrini dell’epoca. Disse il celebre poeta e drammaturgo Bertolt Brecht : “beato quel paese che non ha bisogno di eroi”, purtroppo in Italia  è quasi sempre grazie agli sforzi, alle capacità ed all’eroismo dei singoli che lo Stato si regge e combatte il crimine soprattutto nelle regioni in cui la criminalità organizzata esercita un dominio quasi incontrastato. Ma la solitudine e l’isolamento possono creare situazioni pericolosissime perché la mafia e in generale le “mafie” sono stimolate ad agire proprio in situazioni di questo tipo, ovvero in situazioni di grande vulnerabilità per chi cerca di garantire il rispetto della legalità. Prima la mafia isola, poi uccide e lo stesso abbandono e la stessa solitudine furono percepiti da Paolo Borsellino prima di morire. All’indomani dell’uccisione del giudice palermitano il procuratore Caponnetto così disse:  “E’ finito tutto…” parole dettate dallo sconforto ma anche dall’amara consapevolezza che una stagione, quella del pool, era terminata. Eppure, con alti e bassi, la lotta alla mafia è proseguita, grazie a nuovi e valenti magistrati e grazie ad una pubblica opinione un poco più attenta. Ma non basta. Moltissimo dobbiamo fare anche noi cittadini, non dimenticandoci mai la lezione umana impartita da Paolo Borsellino, affinché i concetti di legalità e di giustizia non perdano mai senso. Mafie e corruzione fioriscono in quegli ambiti in cui c’è un impoverimento della coscienza civica e in cui l’interesse del singolo prende il sopravvento su quello della collettività. Ricordiamo sempre che il rispetto della Legge tutela il più debole ed impedisce che prevalga la legge del più forte, ed è per questo che dobbiamo ribellarci ad ogni forma di illegalità. Ogni riscossa deve partire dal basso, da noi cittadini, attraverso una maggiore sensibilità per la cosa pubblica e attraverso comportamenti, piccoli gesti che nella loro quotidianità, semplicità e capillarità possono fare davvero paura a chi vive e si muove al di fuori della legalità. Ripartiamo dall’insegnamento di Paolo Borsellino, cittadino esemplare e giudice integerrimo per un’autentica rinascita della società civile e per non dover mai più sentire quelle strazianti parole: “è finito tutto…”.

Alessandro Amadei 

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